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Casella di testo: Storia di Catania

La città di Catania ha origini molto antiche, già si hanno tracce circa nel 2000 a.C. con la popolazione dei Sicani che per prima si stabilì in vari punti del territorio etneo. Nel XI sec. A.C. vi giunsero anche i Siculi provenienti dall’Italia centrale. Nel 729 a.C. Coloni greci calcidesi, che  già erano approdati a Capo Schisò, in un punto indicato da una statua della Nike (antica dea della Vittoria), fondatori di Naxos, si spingono verso le terre fertili del golfo etneo, guidati dai condottieri Evarco e Teocle e fondano Catania. Il primo insediamento nasce nell'altura ove oggi si trova il monastero dei Benedettini. Nel 693 a.C. Una violenta eruzione dell'Etna distrugge quasi completamente la città. Nel 476 a.C. Ierone  di Siracusa conquista Catania..Tutta la popolazione viene deportata a Lentini e sostituita con altri coloni. La città è ribattezzata "Aetna". Nel 461 a.C. Morto Ierone, Trasibulo, fratello del tiranno e suo legittimo successore ,e Dinomene, figlio di Ierone e comandante del presidio militare di Catania, si contendono il controllo della città. Intanto le forze popolari siracusane abbattono la tirannide di Trasibulo ed instaurano la democrazia, sostenute da Agrigento, Gela, Selinunte, Imera. Aetna viene restituita ai catanesi. Essi ritornano da Lentini con l'aiuto del siculo Ducezio che libera la città da Dinomene. Aetna tornerà a chiamarsi "Katane". Nel 409 a.C. Cartagine espande il suo dominio in Sicilia: Selinunte, Imera, Agrigento, Gela, Camarina. Con Siracusa -in cui nel frattempo è tornata la tirannia con Dionisio-  firma un trattato di pace: Catania è riconosciuta città libera. Ben presto Dionisio, in contrasto con quell'accordo di pace, rilancerà la politica imperialista di Siracusa, riconquistando molte delle città in mano ai cartaginesi. In questo contesto anche Catania viene riconquistata e per la seconda volta i catanesi vengono deportati in massa e sostituiti da coloni e mercenari di origine campana. Nel 369 a.C. avviene una battaglia navale al largo delle attuali Isole dei Ciclopi. La flotta cartaginese sconfigge quella campana e Catania cade in potere dei nord-africani. Un potere che dura solo tre anni, ossia fino a quando Timoleone libera Catania dalla tirannia di Mamerco e le dà un governo popolare che nel 278 a.C. accoglie trionfalmente Pirro, re dell'Epiro. Ma nel 263 a.C. I Romani entrano in Sicilia guidati dai consoli Manlio Valerio Massimo e Mario Otacilio Crasso. Data la loro potenza militare estendono in breve tempo la loro influenza sulle città siciliane. E' il periodo di maggior espansione della città: vengono sfruttate al meglio le enormi risorse agricole della zona della Piana e fioriscono i commerci marittimi. Catania sarà una città decumana, soggetta al pagamento della decima parte delle sue produzioni, e avrà lo stesso ordinamento di Roma: governano il senato (S.P.Q.C) e il popolo, con il proagorus, i questori, i censori. Nel 30 a.C. l'imperatore Augusto dimostra la sua riconoscenza alla città che lo aveva aiutato nella lotta contro Sesto Pompeo, agevolando lo sviluppo urbanistico. Augusto fece ricostruire molti edifici distrutti o crollati e ne fa edificare molti altri nuovi. Ma siamo già in piena era cristiana e nel 42 Katane ha il suo primo vescovo a cui la città dedicherà un intero quartiere: è san Berillo di Antiochia, nominato direttamente da San Pietro. Nel 42 d. C. sono costruiti: Terme Achillee, Terme dell'Indirizzo,Terme della Rotonda, Terme ai Quattro Canti, la Naumachia, il Circo Massimo, Acquedotto, il foro i cui resti sono in Piazza San Bartolomeo, l’Odeon teatro coperto utilizzato per le audizioni musicali, capace di 1.300 spettatori, il Teatro con un diametro di 87 metri per la platea e 29 per l’orchestra, pavimentata con lastre di marmo, l'Anfiteatro di forma ellittica, con l’arena che misura 71 per 57 metri. (L'anfiteatro si trova in quell'area che oggi è delimitata a sud dalla via Penninello, a nord dall'ex ospedale San Marco, già Palazzo del Tribunale, dalla chiesa della Fornace, detta della « Carcarella », ad ovest  e dalla via Etnea ad est . All'esterno, la cavea è sorretta da due ordini di arcate più un attico. I pilastri sono divisi dai cunei da un corridoio circolare ed hanno le pareti costituite da un conglomerato comprendente pezzi irregolari di calcare e di roccia lavica tenuti insieme da malta pozzolanica. Le testate, invece, sono quadrate ed il loro materiale è lava dell'Etna divisa in piccoli blocchi. Anche qui la forma dei blocchi è piuttosto irregolare ed appaiono di riporto, salvo quelli della mostra esterna degli archi, il cui taglio è, invece, più regolare. Il perimetro esterno è costituito da grossi pilastri che sono stati costruiti separatamente dagli archi che vi poggiano sopra e sembrano formare l'ossatura di una gabbia. Una struttura simile si trova nel Colosseo, a Roma). Nel 123 Catania subisce le conseguenze di una forte eruzione dell’etna. Nel 126 L'imperatore Adriano visita Catania e l'Etna.  Nell'ottobre del 249, l'indomani la sua vittoria e la proclamazione ad imperatore, Decio lanciò il suo editto di persecuzione contro i cristiani assecondando le richieste dei soldati che avevano attribuito tutti i guai che allora affliggevano l'impero, sopratutto le catastrofi militari e lo sbalzo vertiginoso dei prezzi delle derrate alimentari, ai supposti nemici interni del popolo romano, cioè ai cristiani. In ogni località fu costituita un'apposita commissione, davanti alla quale ogni abitante doveva comparire per compiere un gesto sacrificale; dopo di che venivano redatti dei verbali (libelli), in doppia copia, di cui uno veniva registrato e archiviato nell'ufficio del luogo e l'altro veniva rilasciato all'interessato. Di tali "libelli" ne sono stati ritrovati 43 esemplari, di cui uno relativo a un vecchio di 72 anni, del seguente tenore: "Io, sempre, senza interruzione sacrificai agli déi e adesso alla vostra presenza, in conformità a quanto prescrive l'editto, ho fatto un sacrificio della carne della vittima sacrificata". Nel testo del "libello", come si vede, non si fa alcuna menzione della religione professata e cioè nessuna esplicita rinuncia alla fede cristiana. Il 230e il 251 sono due date storiche nell' excursus della città: segnano rispettivamente la nascita e la morte di Sant'Agata, patrona di Catania. Si dice che la santa sia nata in via Museo Biscari dove comunque una lapide ricorda; "...qui per antica tradizione Agata ebbe i natali nel palazzo dei suoi genitori l'8 settembre 238". Agata morirà il 5 febbraio del 251 per le torture inflittele da Quinziano, mentre la città è scossa da un forte terremoto. Nel 264 Il vescovo Everio, quarto vescovo della diocesi,  fa costruire la prima chiesa cristiana (S.Agata la Vetere). Nel 304 avviene il martirio di  Euplio, giovane diacono che preferisce morire e non abiurare la fede in Cristo. Nel 404 inizia la dominazione dei Vandali a cui seguiranno gli Eruli, i Goti nel 447 e gli Ostrogoti nel 489. Nel 544 I Bizantini con Belisario conquistano la città che rimarrà sotto la loro dominazione per oltre 400 anni. Nel 730 l'imperatore Leone Isaurico sottomette le diocesi della Sicilia e della Calabria all'ubbidienza del patriarca di Bisanzio, staccandole da Roma. La diocesi catanese, per ragioni politiche, viene elevata a sede metropolitana. Nel 974 Catania è conquistata dai Saraceni (musulmani). Nel 1040 il generale bizantino Giorgio Maniace, dopo un tentativo sconfiggere i Saraceni,  trafuga il corpo di sant'Agata e lo porta a Costantinopoli. Nel 1071 i Normanni, guidati da  Roberto il Guiscardo, dopo 4 giorni di assedio per terra e per mare, conquistano la città che sarà retta dal Gran Conte Ruggero d’Altavilla. Nel 1091 Papa Urbano II ricostituisce la diocesi di Catania soppressa dai Saraceni. Nel 1094 il Conte Ruggero nomina, con il consenso del Papa, Ansgerio Vescovo di Catania e fa costruire il Duomo. Catania era considerata dai Musulmani una “città santa” perché qui erano venerate almeno un trentina di tombe di loro santi uomini. Occorreva alla sua guida un uomo di polso e di spirito, capace di essere autorevole, al tempo stesso, dal punto di vista politico che religioso. La scelta cadde su Ansgerio, uomo della lontana Bretagna giunto nel sud per fare il monaco in un convento di Santa Eufemia. Non fu facile per Ruggero convincere Ansgerio a lasciare il convento, tuttavia dopo avere accettato si assumerà compiti impegnativi. Il vescovo è infatti chiamato ad essere non solo il baluardo della religiosità latina, ma anche il responsabile dell’ordine e della società del territorio. Ansgerio, insomma, diventa un vescovo-conte, a cui verrà concessa l’autonomia amministrativa del feudo catanese. Nel 1101 regna Simone. Il 17 agosto del 1126  le reliquie di S.Agata ritornano a Catania grazie a due soldati bizantini, Gisliberto e Goselmo, che dopo un lungo viaggio le consegnano al Vescovo Maurizio. Nel 1130  sale al trono Ruggero II, questi seppe coniugare una sorprendente elasticità nella scelta del regime cui sottoporre territori per storia, condizioni economiche, quantitá e qualità insediativa, assai differenti fra loro. Ecco perché, essendogli nota l'autorità e il credito delle abbazie benedettine, specie nella Sicilia orientale, volle cooptare i membri più influenti dell'Ordine ratificandoli con vitali incarichi di governo. E il caso di Angerio, cui venne conferito, in misura sconosciuta altrove, il potere temporale a Catania e la nomina di abate d'un nuovo monastero etneo, quello stesso in cui il maggiore storico normanno del tempo, Guglielmo Malaterra, compilò una celebre storia delle gesta di Roberto e Ruggero. L’attività del Vescovo-abate e signore feudale, riconosciuto tale a partire dal 1092 e che godette di privilegi e immunità considerevoli, quali una forte riduzione delle "prestazioni" dovute, la concessione di villaggi ed una giurisdizione autonoma che abbracciava un territorio vastissimo (comprendente quelli di Aci, Paternò, Adrano, Motta, Judica, Centuripe e Castrogiovanni), fu energica e varia: si bonificarono le plaghe malsane e le si mise a coltura, si ripopolarono le campagne sguarnite dalla guerra civile, si capillarizzò l'amministrazione con “vicecomiti" e "gaiti" di estrazione laica, si potenziò il porto, si ripararono gli edifici pubblici, si costruì una nuova cattedrale e una sontuosa abbazia benedettina, si mantennero in piena efficienza i numerosi bagni pubblici, retaggio della civiltà araba, e i ricchi fondaci. Alla morte del sovrano, avvenuta nel 1101, la reggenza fu affidata temporaneamente alla moglie Adelaide, in attesa che il primogenito assumesse le redini del comando. Ma nel 1113 Adelaide accettò incautamente la proposta di nozze del re Baldovino di Gerusalemme, scapestrato cercatore di dote che, una volta sposatala ne ottenne il ripudio per intervento pontificio. Solo nel 1130 però il nuovo monarca, Ruggero II, assicuratisi i confini e pacificati i territori soggetti, che oltre la Sicilia si estendevano per tutta l'Italia meridionale, sino agli Stati Pontifici si proclamò solennemen te Rex Siciliae et Italíae. In virtù di tali poteri, alla morte di Angerio, nominò il monaco benedettino Maurizio nuovo vescovo di Catania. Dopo la morte di Ruggero salì al trono Guglielmo I “Il Malo" nel 1154 in un clima di disordini razziali e fronde baronali, e nel 1155 una congiura nobiliare tentò di spodestarlo, ma fallì . Cinque anni dopo si giunse ad uccidere il primo ministro e a saccheggiare il Palazzo reale, ma in breve il re ebbe la meglio e, con l'appoggio dei vescovi e delle fedelissime guarnigioni musulmane, compì una vendetta memorabile che toccò anche la contea di Butera, in territorio catanese, ove l'elemento longobardo, aderente alla sedizione, fu duramente punito. Morto nel 1166, il sovrano lasciò il trono al figlio Guglielmo II “Il Buono", destinato a restarvi sino al 1189. Quest'ultimo era però ancora nella minore età, così che la difficile reggenza venne frattan to affidata alla madre Margherita di Navarra e le cure dell'amministrazione al primo ministro Stefano Le Perche. Appena due anni dopo, a coronamento d'una lotta strenua per la laicizzazione della città etnea, i cittadini più eminenti di Catania, profittando della vacanza del potere dovuta alla reggenza, ottennero dal vescovo Giovanni Ajello l'affrancamento dai più onerosi gravami feudali che penalizzavano le attività produttive della comunità. Il processo di consolidamento dell'economia catanese fu però bruscamente interrotto, di lì a poco,da un devastante evento sismico che colpì tutto il versante orientale dell'Etna il 4 febbraio del 1169, nel bel mezzo delle solenni celebrazioni agatine. In quell'occasione onde anomale sommersero tutta la zona costiera, furiosi incendi divamparono per la città, e s'aprirono ampie fenditure nel terreno. Si calcola che non meno di 15.000 persone, su 23.000, persero la vita, inclusi il vescovo e i 44 monaci che officiavano in Cattedrale la liturgia del Vespro. Senza indugi l'ancora infante Guglielmo dispose cospicui aiuti per i sinistrati, inviò funzionari reali con ingenti donativi e maestranze musulmane per iniziare l'opera di ricostruzione, che prese l’avvio, e non poteva esser altrimenti, con la Cattedrale, che il nuovo vescovo Roberto volle senza volte alla navata centrale per ragioni di sicurezza avvenire. Si provvide poi alla riapertura della via Luminaria, alla riedificazione del Vescovado e dei principali edifici del potere civile. Soltanto nel 1172 Guglielmo, raggiunta la maggiore età, assunse ufficialmen te il potere stabilendosi a Palermo. Quando il sovrano morì (1189), l'erede legittima era la zia Costanza, figlia postuma di Ruggero II, andata sposa ad Enrico Hohenstaufen. Ciò equivaleva, in sostanza, a porre nelle mani d'un sovrano tedesco un regno normanno. Si ritrovò un nipote illegittimo del sovrano morto,Tancredi, nipote di Gugliemo  che fu eletto re da un'assemblea di nobili e prelati a Palermo e presto si recò a Catania ove diede ospitalità a re Riccardo Cuor di Leone, in procinto di partire per una crociata in Terrasanta e venuto in Sicilia per reclamare la dote della sorella, vedova dell'ultimo Guglielmo, e in quell’occasione venerò il sepolcro di sant'Agata, lasciando in dono la propria corona. Pare che il sovrano inglese, oltre a consegnare a Tancredi la famigerata spada di re Artù Excalibur, avesse dato in dono alla città che l'aveva ospitato per tre giorni la corona di Sant'Agata. Intanto però Enrico, incoronato imperatore a Roma nel 1191, aspirava,complice il Papa,a prender possesso dei domini normanni di Sicilia e Puglia. L’occasione fu la morte di Tancredi (1194) e la reggenza della vedova, vigile in attesa che il futuro Guglielmo III raggiungesse la maggiore età. Enrico IV giunse nell'Isola con sceltissime guarnigioni, fiducioso che le comunità cristiane lo eleggessero a paladino della vera fede contro gli invisi musulmani verso cui gli animi erano spesso pieni d'astio; iniziò la dominazione sveva. Vi furono molti disordini e devastazioni e perfino il vescovo Ruggero Oco fu trasferito in terra tedesca fino alla morte di Enrico VI nel 1197. Il suo ritorno diede animo ad altri disordini causati dal voler reggere in famiglia il vescovado. Nel 1198, a distanza di appena un anno dal marito, morì anche Costanza d’Altavilla, dopo aver premurosamente nominato il pontefice Innocenzo III tutore del figlio e reggente dello Stato. Sino al 1208, anno in cui Federico assumerà il potere, la storia catanese è costellata, come s'è detto, da torbidi, sommosse contro l’autorità del reintegrato vescovo-conte; sanguinose vendette private fra le più eminenti famiglie patrizie, obbligarono il pontefice a indire frettolosamente un'assemblea di conti e baroni imponendo loro il mantenimento della pace e dell'ordine pubblico in attesa che il vuoto di potere fosse rotto dall'avvento del legittimo sovrano. Per l'intanto, mentre nella città etnea la giurisdizione era affidata a capitani pontifici istituiti all'uopo, a Palermo il giovane Svevo si formava sotto le vigili cure di dottissimi istitutori come il cardinale Cencio Savelli, poi divenuto papa Onorio III, e Gualtiero da Palearia, poi vescovo di Catania nel 1207. Il nuovo vescovo, che di rado risiedeva nella sua diocesi, vi si recò stabilmente nel 1208 dedicandosi agli affari di corte e al riordino degli uffici della curia. Si crearono , nella diocesi, delle divergenze per conflitti di giurisdizione fra distretti limitrofi e, solo l'intervento di Federico, che nel 1209 venne a Catania con la prima moglie e vi tenne corte, riuscì a comporre. In riparazione dei danni sofferti la diocesi etnea ebbe dal sovrano il dominio di Calatabiano. Nel 1212 Federico fu costretto a partire per la Germania per fronteggiare la rivolta di Ottone di Brunswick ed il vescovo Gualtiero parte al suo seguito, anche se non è stato incluso tra i « familiari » del Sovrano. La sua presenza non giova a Federico che, anzi, la reputa scomoda, ma al Papa che così può controllare l'attività dell'Imperatore. Federico, però, volle trovare l'occasione per eliminarlo dalla corte e dalla sede vescovile e gli conferì lo strano incarico di comandare, insieme ad Enrico di Malta, la flotta siciliana alla conquista di Damietta. L'impresa si concluse con una sconfitta e Gualtiero non fece ritorno in patria perché, nel frattempo, il Sovrano lo condanna all'esilio senza una formale spiegazione o procedura, motivando la sua decisione con la prodigale amministrazione del prelato durante il suo governo episcopale . Gualtiero morì a Roma assillato da usurai e creditori, nella più squallida povertà. Durante l’assenza del sovrano, gli muore la moglie Costanza, la Sicilia subisce incursioni piratesche,  senza contare gli arbitri che andavano compiendo alcuni baroni e lo stesso pontefice ai danni del demanio reale. Tornato dalla spedizione tedesca nel 1220, Federico inizia a reintegrare il patrimonio demaniale incamerando i fondi illecitamente distratti dai baroni, stabilisce norme che vincolavano la proprietà feudale a precise prestazio ni di servizio militare, eluse le quali la stessa veniva requisita d’imperio, nomina giudici regi che capillarizzasse ro il controllo territoriale e assicurassero l'amministrazione centralistica della giustizia, comincia a circondarsi di ministri e funzionari regi di provata competenza e di sicura formazione. Frattanto, nel 1226, Federico rimette piede a Catania con la seconda moglie, Iolanda di Brienne, figlia di Giovanni  re di Gerusaleme e nel 1232, dopo l'immane lavoro del Liber Augustalis, fatto redigere dai suoi migliori giuristi fra i quali il celebre Pier delle Vigne, nell'intenzione di riordinare le direttive a cui si sarebbe ispirato il suo assolutismo, torna a Catania, in occasione della epidemia di peste scoppiata a Palermo, nel 1232, offrendo rifugio a Federico e alla sua terza moglie: Bianca Lancia. Durante questo soggiorno catanese, lo Svevo riceve gli inviati di papa Gregorio IX che chiedono frumento e viveri per la città di Roma, colpita da una grave carestia. Quell'anno fu assai difficile per tutta la Sicilia. Abituata ad essere il centro dell'impero e del regno fino al tempo del le crociate, adesso si sente la grande esclusa nella lotta tra Federico, i Comuni ed il Papa. Ormai il centro d'interesse si è spostato in Germania e l'isola resterà solo strumento e fonte di finanziamento della guerra tedesca di Federico. Fu per questo motivo che i siciliani, costretti a pagare enormi contributi e continue imposizioni fiscali per dare presti gio e aiuto alla Germania, esasperati, insorgono compatti, decisi ed implacabili. La rivolta ebbe inizio a Messina e subito si diffuse in tutta la Sicilia, ma l'immediato ritorno di Federico ristabilì la calma. Egli promise di alleviare l'aggravio fiscale, ma fu spietato con i ribelli. Per quanto riguarda Catania, pare l'abbia fatta radere al suolo e che ne abbia permesso la ricostruzione a condizione che le nuove abitazioni fossero edificate con impasto di fango e con determinate misure; Federico convocò i migliori ingegneri edili e delle maestranze arabe per dotare la Sicilia di nuovi castelli o per riadattarne e render funzionali quelli già esistenti. Furono così costruiti i castelli di Augusta, Siracusa, Lentini, Milazzo, Mazara, Sciacca ed ovviamente quello di Catania (1239). Il poderoso Castello Ursino, , fortificazione a pianta quadrata, con mura di due metri di spessore, rinforzate da quattro torrioni cilindrici angolari, alti 30 metri,  fu finanziato in gran parte dal patriziato etneo, secondo disposizioni dello stesso Federico che inviò una missiva ufficiale a Catania il 24 novembre 1239, e la sua costruzione affidata al celebre architetto Riccardo da Lentini si completerà nel 1250. Nel 1239 Catania ottiene di adottare l'elefante come emblema della città, al posto di san Giorgio. Il 1240 è l'ultimo anno del soggiorno di Federico in Sicilia. Egli vivrà ancora per dieci anni, ma lontano, senza rivedere i luoghi e la terra che predilesse e che, partendo, aveva affidato in reggenza al Maestro Giustiziere e all'Arcivescovo di Palermo. Con la morte di Federico si può considerare chiusa la dinastia sveva i cui ultimi rappresentanti furono: Corrado IV, figlio di Federico, nato da Jolanda di Brienne, Manfredi, nato da Bianca Lancia e Corradino, figlio di Corrado. Federico curò il progetto grandioso di portare il centro dell'impero nel cuore del Mediterraneo concretizzando l’intenzione dei sovrani di riunire tutto il territorio sotto un unico dominio. Con la dominazione normanna, che agiva in stretto connubio con il potere della chiesa, si era messo ordine tra consuetudini e tradizioni nella vita dell’isola ma le città siciliane non avevano raggiunto un loro potere sociale e politico. Con la dominazione sveva, le città siciliane realizzano la propria autonomia ed i Comuni si sviluppano senza essere eccessivamente infastiditi dall'ingerenza e dall'autorità del vescovo. Si consolida l'istituzione della carica dei delegati, detti « giurati », preposti dall'Imperatore alla vigilanza economica , mentre parecchie disposizioni riguardanti le leggi, i feudi, la Chiesa, il clero, vengono discusse e modificate. Per quanto riguarda la legislazio ne si fa strada il concetto che il sovrano « deve essere contemporaneamente figlio e padre della giustizia, ponen do le forme giuridiche ed osservandole»; si afferma anche il concetto della uguaglianza di tutti davanti alla legge . L'amministrazione della giustizia penale e la giurisdizione d'appello passa dai feudatari agli ufficiali del regno. Federico proibisce ogni ribellione, ogni guerra privata e la vendetta personale, l'uso e il possesso delle armi da parte del popolo, dei militari, dei baroni e dei conti; garantisce pace e protezione, è severo con i provocatori ed i violenti, con chi offende la religione, le donne e le vergini consacrate alla vita religiosa. Proibisce i giuochi d'azzardo, alle meretrici vieta la residenza in città e le relega in periferia. Limita l'autorità ed il potere dei Comuni, alla Chiesa, oltre il potere, toglie alcune facoltà come, ad esempio, l'acquisto delle terre o, in genere, dei possedimenti. Con queste e tante altre leggi, praticamente, in seno ad una struttura essenzialmente assolutistica dello Stato, viene affermato il principio democratico, sconosciuto fino ad allora, in quei paesi, per suo esplicito volere, viene dato alla città non solo il titolo di « urbs clarissìma », ma un sigillo, uno stemma e il Palazzo comunale da dove il « baiolo » (bajulus », magistrato dell'amministrazione municipale, in virtù delle sue attribuzioni amministrative, in qualità, cioè, di primo magistrato locale (il sindaco), insieme a tre giudici e a sei notai che formavano la sua corte, reggeva l'amministrazione cittadina e definiva le cause civili in prima istanza . Catania cominciò a vivere e ad agire in un clima di libertà popolare; ì catanesi, da persone libere fronteggiavano su un piano di parità i signori (laici ed ecclesiastici) per mettere in discussione e difendere gli interessi della propria classe e delle «universitates».Nel 1250 regna Corrado IV L'11 agosto del 1258, Manfredi, principe di Taranto, figlio di Federico Il di Svevia, viene eletto re di Sicilia. Catania gli giura fedeltà e lo sostiene nelle lotte contro gli Angioini, ma in un combattimento contro questi, nel 1266, morì a Benevento. Anche Corrado moriva, lasciando come crede il giovanissimo Corradino, il quale, dopo due anni, tentò di riconquistare il regno. Ma fu una impresa difficile e quasi utopistica: mentre, sconfitto, fuggiva per arrendersi al nemico, venne arrestato e venduto a Carlo D'Angiò il quale, calpestando le leggi della cavalleria e dell'umanità, lo fece decapitare nella piazza del mercato di Napoli, nell'ottobre del 1268. Con questo ultimo atto si concludeva la storia della implacabile avversione della Chiesa contro gli Svevi, si esauriva la secolare lotta tra Impero e Papato e si apriva un'epoca nuova che nasceva all'insegna della laicità. La Chiesa, infatti, pur essendo uscita militarmente vittoriosa sull'Impero, deve constatare di essere stata sconfitta dall'eredità spirituale che il ,grande Federico aveva lasciato ai suoi sudditi: l'aspirazione alla libertà e alla crescita sociale. Per ì catanesi, che avevano giurato fedeltà a Manfredi e avevano sostenuto Corradino, esortati da Corrado Capocci, fratello del vescovo di Catania, Oddone Capocci cominciarono gli anni tristi e difficili della dominazione angioina. Nel 1266 regna Carlo d’Angiò. Nel 1267 I catanesi si sollevano contro gli angioini sostenendo Corradino di Svevia. Sono sconfitti e  Corradino viene decapitato per ordine di Carlo d’Angiò. Nel 1282 Esplode la rivolta dei «Vespri Siciliani» contro i francesi: si concluderà con la pace di Caltabellotta e l'inizio del regno degli Aragonesi, sale al trono Pietro I. Nel 1285 regna Giacomo.

 

 

 

 

 

 

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