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Un po’ di tutto per tutti |
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LA RIVOLTA DEGLI SCHIAVI IN SICILIA
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La guerra degli schiavi esplose in Sicilia dopo sessant’anni di prosperità seguiti alla sconfitta dei Cartaginesi. Non si era mai vista una rivolta di schiavi così grande. Molte città piombarono in sventure terribili, tanti uomini, donne, i loro figli provarono le sciagure più grandi, l’intera isola rischiò di cadere in balìa dei ribelli, per i quali l’unico limite allo arbitrio era che i liberi fossero ridotti allo stremo. Tutto questo, per i più, accadde in modo inatteso e contro ogni aspettativa; ma per chi è capace di valutare gli avvenimenti in modo politicamente fondato, lo sviluppo degli eventi fu invece del tutto logico. Eccone infatti le cause. Le cause Poiché gli Italici che sfruttavano la Sicilia, isola fertilissima, godevano di una grande prosperità, quasi tutti i più ricchi siciliani ebbero come obiettivo quello di imitarne il lusso, ma poi anche la superbia e la violenza. In egual misura crescevano perciò i maltrattamenti nei confronti degli schiavi, e l’abisso tra schiavi e padroni. Così, quando se ne offrì l’occasione l’odio accumulato esplose. Banditismo Gli schiavisti italici avevano ormai assuefatto i loro pastori ad una tale criminalità, da non preoccuparsi più del loro sostentamento: lasciavano che si dessero al brigantaggio. Euno Vessati dalle sofferenze, spesso maltrattati e picchiati senza motivo, gli schiavi non ce la facevano più. Approfittando di occasioni favorevoli, si incontravano, parlavano di ribellione: alla fine misero in atto il progetto. Tra gli altri c’era uno schiavo Siriano, di proprietà di Antigene di Enna: era oriundo di Apamea, e aveva indole di mago e taumaturgo. Faceva credere che ordini datigli dagli dei durante il sonno gli consentissero di predire il futuro: ingannava molta gente grazie alla sua abilità in questo campo. Proseguendo su questa strada, non si limitava ad emettere profezie ricavate dai sogni, ma, anche da sveglio, fingeva di vedere gli dei e di sentirne la voce predire il futuro. Per lo più, in verità, improvvisava, tuttavia qualche volta per caso la imbroccava: il bello è che i casi in cui sbagliava non gli venivano rinfacciati, mentre invece i casi fortunati venivano messi in mostra; così la sua fama si propagava. Per completare la sua immagine va detto che, servendosi di un congegno emetteva fuoco e fiamme dalla bocca mentre si abbandonava ad una sorta di furore estatico, e in questo prediceva il futuro. Aveva sistemato, in una noce forata da due parti, del materiale combustibile già acceso e in grado di serbare viva la fiamma, se l’era piazzata in bocca, e così, soffiando, emetteva ora fuoco e ora scintille. Costui, prima che la rivolta esplodesse, andava dicendo che Atargatis, la divinità siriana, apparendogli in sonno gli aveva annunciato che sarebbe stato re. Né solo agli altri lo andava ripetendo, ma persino al proprio padrone. La cosa fu volta in ridere, e Antigene, molto divertito per la sbruffonata, volle esibire Euno (questo era il nome del ciarlatano) ai suoi commensali: e in quella occasione gli faceva domande intorno al suo futuro regno e su come avrebbe trattato, una volta divenuto re, ciascuno dei presenti. Ma quello rispondeva impassibile e con dovizia di particolari, e prometteva che i padroni li avrebbe trattati con equilibrio. E insomma continuò a dirle grosse in modo strabiliante, suscitando il riso dei commensali; alcuni di loro prendevano dalla tavola delle belle porzioni e gliele davano soggiungendo: quando sarai re, ricordati di questo regalo! Eppure la smargiassata si realizzò davvero: effettivamente ci fu un regno di Euno, e lui poté ricambiare sul serio coloro che, durante il banchetto, gli avevano reso omaggio per celia.
Damofilo e Megallide C’era un certo Damofile, nativo di Enna, ricchissimo, di carattere arrogante. Costui, avendo enormi possedimenti e moltissime mandrie di armenti, emulava gli Italici che erano in Sicilia: non soltanto nel lusso, ma anche nell’acquisto di grandi masse di schiavi e nel trattamento disumano che infliggeva loro. La rivolta Gli schiavi complottavano. Volevano ribellarsi e uccidere i loro padroni. Si recarono dunque da Euno (che era li vicino) e gli chiesero se gli dei approvassero il loro progetto. Saputo il motivo per cui erano venuti da lui, si esibì in una delle sue scene di invasamento e rispose che gli dei approvavano la rivolta, purchè si mettessero all’opera immediatamente; il fato aveva decretato che Enna, la cittadella dell’intera Sicilia, dovesse essere la loro patria. Udito ciò e convinti che la divinità collaborasse alla loro impresa, gli schiavi furono presi da tale smania d’azione, che non indugiarono oltre. Per prima cosa liberarono i compagni che erano incatenati, quindi, raccogliendo, degli altri, quelli che erano nelle vicinanze, misero insieme circa quattrocento uomini in un campo nei pressi di Enna. Quando venne la notte, dinanzi alle vittime appena sgozzate, si giurarono solenni promesse e strinsero un patto, quindi si armarono come meglio poterono. Tutti disponevano comunque della più potente delle armi: il furore, rivolto alla distruzione dei loro superbi padroni. Euno era alla loro testa. Incitandosi l’un l’altro, in piena notte, piombarono sulla città. Piombarono nelle case e compirono un massacro immane, non risparmiarono nemmeno i lattanti. Anzi li strappavano dai capezzoli e li fracassavano per terra. Le violenze e gli oltraggi che inflissero alle donne, sotto gli occhi dei loro uomini, è impossibile riferirli. Intanto le loro file si erano ingrossate per il sopraggiungere di masse di schiavi della città. Questi, compiuta ogni sorta di violenza contro i propri padroni, si volgevano ora a massacrare i padroni degli altri. Nel frattempo Euno ed i suoi vennero a sapere che Damofilo e sua moglie abitavano in una proprietà suburbana. Mandarono a prelevarli con la forza: così i due furono trascinati con le mani legati dietro, e durante il tragitto furono malmenati e insultati in ogni modo. L’unica persona che risultò rigorosamente risparmiata dagli schiavi fu la figlia di Damofilo e Megallia. La figlia di Damofilo era di età ancora giovanissima, ma di straordi-naria bontà e semplicità di modi. Era solita consolare amorevolmente gli schiavi che i suoi genitori facevano frustare, e portava conforto a quelli che erano legati in catene. Per tale sua dolcezza era amatissima. Nel momento della rivolta le sue passate buone azioni le procurarono la salvezza, da parte di coloro cui aveva fatto del bene. Nessuno osò mettere le mani addosso alla ragazza, le fu evitato ogni oltraggio, anzi tutti gli schiavi vollero proteggere la sua fresca bellezza. Scelsero tra loro i più capaci tra gli altri Ermia, che gli era particolarmente devoto e la scortarono fino a Catania, presso certi parenti. Pur inferociti dunque contro l’intera famiglia dei padroni, e pur volgen-dosi ad una vendetta im-placabile, gli schiavi ribelli dimostrarono che non per crudeltà naturale, ma in ragione dei mal-trattamenti subiti, infierivano vendicandosi di coloro di cui erano stati un tempo le vittime. Nel caso degli schiavi si può dire insomma che la natura apprende da sola a ricambiare favori e punizioni. Come dicevo, gli schiavi mandati a prelevare Damofilo e Megallide li trascinavano in città. Quivi giunti, li spinsero nel teatro, dove si era radunato il grosso dei rivoltosi. Damofilo cercò di escogitare qualche estremo ritrovato per salvarsi, e già stava riuscendo a persuadere molti dei presenti, sui suoi discorsi: quand’ecco che Ermia e Zeuxi – che lo odiavano a morte – gli urlarono contro: impostore!, e senza attendere il giudizio popolare l’uno gli piantò il pugnale nel petto trafiggendolo da parte a parte, l’altro lo decapitò con la scure. A questo punto Euno fu eletto re: non certo per il suo coraggio o per le sue ca-pacità di comando, ma unicamente per le sue doti di ciarlatano, e per aver dato l’avvio alla rivolta, e anche perché nel suo nome c’era, per così dire, un buon augurio di benevolenza » verso i suoi seguaci. Prese il nome di Antioco e chiamò siri i ribelli. Dopo essersi proclamato re, Euno fece ammazzare tutti i padroni, risparmiò solo quelli che, quando il suo padrone lo esibiva nei banchetti, lo avevano trattato umanamente sia perché ammirati delle sue doti profetiche sia dandogli bocconi prelibati dalla tavola. Era mirabile il capovolgimento delle sorti, ed ancor più il fatto che venisse all’occasione un così prezioso contraccambio per benefici così banali. Il regno di Euno Non c’era bisogno di un segnale divino per capire quanto fosse agevole la conquista della città: anche ai più sprovveduti era chiaro che spugnarla non era un’impresa: dopo un così lungo periodo di pace le mura erano praticamente cadenti e molti soldati erano morti. Divenuto capo indiscusso e assoluto dei rivoltosi, Euno, riunita un’assemblea, ordinò che, dei prigionieri fatti ad Enna, fossero uccisi tutti quelli che non conoscevano l’arte di costruire armi: quelli che ne erano capaci, invece, li fece incatenare e li mise al lavoro forzato. Tra l’altro affidò Megallide alle schiave perché ne facessero ciò che volevano: le schiave prima la torturarono, poi la gettarono da un precipizio. Per par-te sua uccise con le proprie mani i suoi padroni, Antigene e Pitone. Cinse un diadema, assunse gli altri distintivi della dignità regale, proclamò regina la donna con cui viveva una siriana della sua stessa città , costituì intorno a sé un consiglio composto da coloro che sembravano distinguersi per qualità intellettuali. Tra questi vi era un tale di nome Acheo, il quale era anche di origine achea,uno che si distingueva per il senno ma anche nell’agire. Acheo non era affatto soddisfatto delle gesta degli schiavi , criticava le loro imprese e senza peli sulla lingua andava ripetendo che ben presto sarebbero stati puniti. Nonostante tale sua franchezza, lungi dal punirlo con la morte, Euno addirittura gli regalò la casa dei suoi padroni e lo elesse proprio consigliere. Nel giro di tre giorni, Euno riuscì ad armare alla meglio oltre seimila uomini, ai quali si unirono altri muniti di asce, scuri, fionde, falci, pali di legno induriti col fuoco, spiedi da cuoco. E con un’armatura del genere andava devastando l’intero paese e facendo masse di proseliti tra gli schiavi. Osò persino affrontare in battaglia i governatori romani, e negli scontri spesso prevalse grazie alla preponderanza numerica. Or-mai aveva diecimila soldati. Le necessità urgenti e la scarsezza di mezzi imponevano agli schiavi di considerare valido chiunque: non potevano scegliere solo i migliori.
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Euno che guidò la rivolta servile che scoppiò in Sicilia( ad enna) nel 139 a.C. |
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( dal giornalino mensile : Il Campanile di Enna del 17 ottobre 2009 presso Libreria del Duomo di Francesco Spampinato, via Roma 430-Enna) |