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 Usi antichi siciliani: Novembre siciliano

 

NOVEMBRE SICILIANO

Il mese di novembre è il mese dedicato ai nostri cari defunti

ed è giusto parlare del rapporto che noi siciliano abbiamo con

i nostri morti. Ad un non siciliano può sembrare strano, e

sicuramente  contraddittorio, donare ai bambini giocattoli

e dolcetti in una ricorrenza che dovrebbe essere intrisa di

tristezza. A noi no. Basti pensare ai nome che viene dato a

un dolcetto in particolare: ossa di morto. Anni addietro era

normale, oltre che doveroso, dare al figlio il nome del nonno

e ricordare ai passanti la morte che colpiva la casa, con una

vistosa insegna nera. E non era in contraddizione la manifestazione

esagerata del dolore per la morte (fino all’assunzione di donne

pagate per piangere e strapparsi i capelli), con i pranzi rituali

chiamati Cònsuli (da consolare) che amici e parenti preparavano

(o li facevano arrivare dal ristorante) per i familiari dei defunti.

Il perché di tutto questo lo si può spiegare forse per i tanti lutti che

nei millenni hanno segnato la nostra terra, forse perché più

tradizionalisti di altri popoli abbiamo mantenuto il culto dei morti che

trae origine dai latini, forse per esorcizzare una paura atavica, la

paura della morte. Ma nel mese di novembre c’è una festa importante.

È una festa che ha rappresentato nella tradizione della cultura agro-pastorale la fine di qualcosa e l’inizio di

un’altra: s. Martino. Finisce a Stasciuni e comincia ‘u ‘Mernu. È la fine della campagna agraria, la fine della  fermentazione del vino, la fine dei contratti agrari e l’inizio della stagione invernale con la preparazione dei terreni per la semina dei cereali, l’assaggio del primo olio e delle prime conserve alimentari, l’inizio delle festività natalizie. Mentre nei campi gli aratri scavavano nel profondo della terra, nelle dispense contadine si selezionavano i legumi migliori per le semine di dicembre, nelle cantine si assaggiava il primo vino. In verità, il contadino non aspettava san Martino per assaggiare il vino. Il vino era seguito giorno per giorno. All’orecchio, agli occhi e al naso attento del contadino, ogni variazione del borbottio delle botti, ogni precipitazione delle sospensioni, ogni alito aveva un significato. L’assaggio del primo vino, alla fine della fermentazione, oltre che gioiosa soddisfazione, era un test. Finita la fermentazione, se tutto era andato bene, se tutti gli zuccheri si erano svolti, si conosceva la gradazione reale in alcol. Ormai questa non

sarebbe più cambiata e l’impegno era ora proteso tutto all’affinamento, fino ad ottenere i più importanti vini al mondo, i vini di Sicilia. Come ogni festa che si rispetti, anche san Martino ha una sua gastronomia che si esplicita in Mufuletti e i Viscotta di s. Martinu. I mufuletti sono dei panini molli, la loro origine è sicuramente francese, e possono essere ripieni dolci, salati o azzimi. A.B.

 

Se volete preparare i muffuletti di una

volta: impastare pari quantità di farina

rimacinata e patate, lievito madre, zafferano,

sugna e semi di finocchietto selvatico.

Formate delle piccole corone e lasciate

lievitare. Una volta lievitati cuoceteli

e ancora caldi e farciteli a piacimento

con ricotta (forma dolce) o con cipolla

e salsiccia sbriciolata (forma salata).

Il biscotto di s. Martino è un dolce pan

siciliano, è un biscotto duro e molto profumato.

La ricetta prevede 800 gr. di farina

di rimacinata,250 di zucchero, 200 di

strutto, 50 di lievito di birra, due cucchiai

d’anice e un cucchiaino di cannella

in polvere. Impastare il tutto con acqua

tiepida e lavorarla a lungo, quando è

pronta fare delle forme di bastoncini e

attorcigliarli a turbante. Altra forma può

essere a ciambella e condirla con la ricotta.

 

 

 

 ( dal giornalino mensile : Il Campanile di Enna  del 17 ottobre 2009 presso Libreria del Duomo di    Francesco  

   Spampinato, via Roma 430-Enna)