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  Luoghi, cultura e tradizione 4 - Usi antichi siciliani

Festa di San Giuseppe

San Giuseppe, è nei cuori il padre terreno di Gesù e per questo nel giorno della sua festa si festeggia anche la festa del papà. Ogni parte della Sicilia festeggia il 19 marzo con fede, usi e costumi locali che si rinnovano in un risveglio dall’inverno, dato che il 19 marzo coincide con l’equinozio di primavera (vedi eventi e sagre). Viene raffigurato con un giglio in mano,segno di purezza e del suo bastone fiorito si narra: Giuseppe, già in età avanzata, si unì ad altri celibi della Palestina, tutti discendenti di Davide, perché il sacerdote Zaccaria aveva infatti ordinato che venissero convocati tutti i figli di stirpe reale per sposare la giovane Maria, futura madre di Gesù, allora dodicenne, che era vissuta per nove anni nel tempio. Per indicazione divina, questi celibi avrebbero condotto all’altare il loro bastone, Dio stesso ne avrebbe poi fatto fiorire uno, scegliendo così il prescelto. Zaccaria entrato nel tempio chiese responso nella preghiera, poi restituì i bastoni ai legittimi proprietari: l’ultimo era quello di Giuseppe, era in fiore e da esso uscì una colomba che si pose sul suo capo. Giuseppe non fu molto d’accordo facendo presente la differenza d’età, ma il sacerdote lo ammonì a non disubbidire alla volontà di Dio. Allora Giuseppe, prese Maria in custodia nella propria casa. Era un umile falegname e, da qui, il suo protettorato sui falegnami e su tutti i lavoratori. E' inoltre protettore dei poveri e delle persone umili ed è anche tutore delle ragazze da marito, che a lui si rivolgono per trovare l'anima gemella. Le novene, i tridui, le preghiere incessanti accompagnano la ricorrenza del Santo, particolare è la recita delle preghiere del “Sacro Manto” , recitate per 30 giorni a ricordo dei 30 anni che Giuseppe condivise con Gesù. San Giuseppe è il patriarca ed  era falegname e quindi protettore dei falegnami e a loro sono dovuti i preparativi delle “tavolate” per la sua festa, tavole imbandite di ogni bontà, benedette dal parroco, alle quali per “voto” venivano invitate le famiglie povere o intere comunità mangiavano insieme come fratelli. A volte a queste tavolate fanno parte alcune persone scelte che si prestano a rappresentare la “Sacra Famiglia”. Durante la festa vengono distribuiti dei pani votivi e in tante località si prepara una pasta con legumi e finocchietto selvatico (pasta co maccu), cucinata in una grande pentola detta quarara che viene posta direttamente su un fuoco di legna, delle polpette di pesce (puppetta di muccu) e un dolce particolare, le zeppole di riso. La festa prevede anche la preparazione di “altari” allestiti per le strade per chiedere una speciale protezione della famiglia e della casa e anche vicino ad essi vengono distribuiti i “panuzzi” quale alimento primario nelle famiglie povere, questi vengono cotti in varie forme: forbici o chiavi per facilitare la fuga degli inferi, croce o colomba simbolica della pace, la palma della redenzione, il pavone dell’immortalità, il  pesce simbolo di Cristo che, durante le persecuzioni dei cristiani, veniva disegnato, sulle pareti delle catacombe, proprio con la forma di pesce , l’agnello che ricorda il sacrificio divino, gli angeli dell’annunciazione. Altro uso domestico è di porre, alcuni giorni prima della festa, dei chicchi di frumento su un pò di cotone imbevuto d’acqua su un piattino al buio, in modo che nel giorno del Santo siano cresciuti germogli di frumento,segno propiziatorio. Usanza che lega la festa sono le “vampe” accese nell’ora del vespro precedente al giorno della festa. In molti paesini della Sicilia si accatasta molta legna agli angoli delle strade e viene accesa la sera prima della festa e in esse si bruciano le cose vecchie, coincidendo la fine dell’inverno si bruciano i residui delle raccolte invernali. Altra festa è la “cavalcata” in ricordo della fuga in Egitto della Sacra Famiglia, si preparano cavalli e muli bardati in modo sontuoso con fiori ( fra cui u balicu, basilico) e i tre raffiguranti la Sacra Famiglia attraversano le vie precedute da piccoli falò accesi (pagghiari) che ricordano i fuochi accesi dai pastori che guidavano Giuseppe lungo la fuga.

 

Usi antichi siciliani

Riguardo  i matrimoni: fin dai tempi antichi ed in ogni religione, lo scopo del matrimonio è stato quello di continuare la vita , attraverso l’unione dei due sessi per procreare figli, la stessa natura ha creato il piacere sessuale proprio per invitarci in questa unione e quasi premiarci affinché l’umanità continui a rigenerarsi. Per l’importanza di questa unione si ricorreva in ogni paese e religione a forme rituali, regole, procedure diverse per legittimare il matrimonio. Per il matrimonio in Sicilia erano importanti da valutare l’età, le regole del fidanzamento e le nozze in chiesa.

L’età per sposarsi  per le donne era sotto i 18 anni e per gli uomini almeno i 28 e comunque dopo aver assolto l’obbligo militare, al riguardo i proverbi dicono: fimmina a diciuòtto e màsculu a vintuòttu, o peggio fimmina a diciottanni o la mariti o la scanni. Le ragazze vivendo isolate,sole con le famiglie,avevano il desiderio impellente di uscire da quelle situazioni e sognavano un marito,chiedevano perfino la grazia per trovarlo a volte con usi bizzarri; uno dei quali era di mettere tre fave sotto il cuscino(una con la buccia,una sbucciata e una solo pizzicata) e al mattino se ne prendeva una a caso,se era quella con la buccia, il futuro marito sarebbe stato benestante; se sbucciata, sarebbe stato poverissimo; se pizzicata, la condizione economica sarebbe stata intermedia. Altro uso non tanto lontano nel tempo si adoperava la notte di S.Giovanni, tra il 23 e il 24 giugno,si metteva sotto il cuscino un bastoncino di legno con avvolta in due una strisciolina di stoffa,se al mattino la stoffa era slegata si trovava marito entro l’anno altrimenti…; sempre per S.Giovanni, al mattino del 24 , se una giovane da marito appena sveglia si affacciava fuori di casa,la prima persona vista avrebbe identificato la posizione economica del futuro sposo. Per conoscere il mestiere del futuro sposo alcuni usavano mettere del piombo fuso nell’acqua,chiaramente assumeva forme strane ai quali si dava un’interpretazione,se somigliava ad una zappa sarebbe stato un contadino,se somigliava ad un animale,un allevatore e così via. Vi erano sempre le richieste di grazie come la tredicina a Sant’Antonio affinché con la sua intercessione esaudisse la preghiera Sant’Antunìnu mittìtilu ‘ncamminu o a San Giovanni Battista con San Giuvanni scriviti li banni; non mancavano comunque le lettere scritte dalle giovani e lasciate sotto i piedi dei Santi Patroni nelle proprie chiese.

Il fidanzamento , nei paesi piccoli,  avveniva spesso grazie alla madre del giovane che, non di rado a sua insaputa, aveva già scelto la ragazza che doveva divenire sua nuora e che rispondeva ai suoi desideri;innanzitutto doveva essere dello stesso quartiere,dello stesso rango sociale, che fosse con la stessa devozione della famiglia verso il Santo Patrono locale( es: sangiurgiana o sanpietrana  se di Modica, della SS.Annunziata o divota di Cristu ad Ispica,ecc). Questa ipotetica suocera non chiedeva apertamente la disponibilità della ragazza perché un eventuale rifiuto poteva essere ritenuto come offesa,quindi agiva con molto tatto. Capitava che la madre del giovane si presentasse dalla madre della ragazza con un pettine da telaio ad esempio, chiedendo ho un pettine di dieci punte,me ne servirebbe uno da sedici, se la risposta era di disponibilitào meno,si aveva il consenso o il rifiuto per il futuro matrimonio. Se vi era consenso allora le due donne cominciavano i preparativi del matrimonio con lo scrivere la lista (minuta) delle cose che venivano date in dote ai figli. Ma un fidanzamento avveniva anche con l’innamoramento dei due giovani o per l’invaghimento di lui verso la ragazza che sarebbe diventata sua sposa e la madre del giovane era sempre la prima a doversi dare da fare affinché nel miglior modo il figlio potesse arrivare ad esaudire il suo desiderio. Questi matrimoni quindi, non sempre presumevano certezza d’amore ma alcuni proverbi dicono va a lu lièttu ca veni l’affèttu ; oppure lu lièttu fa l’amùri. Nelle città il compito di intermediare fra le famiglie veniva dato al paraninfu (o mezzanu o sinsali), professione diffusa in tutta la penisola con vari interpellativi,il quale si adoperava per far conoscere meglio i giovani malgrado a volte il fidanzamento fosse ufficiale ma i momenti per poter stare insieme limitati solo alla Messa domenicale perché la zita non poteva mai uscire da sola né mai andare a casa del giovane senza dar modo alle malelingue di parlare. Si procedeva quindi con la stimatura della dote o vagghiàta. Come detto prima le commari redigevano la lista della dote che spesso riguardava il corredo della sposa che era diverso a seconda della condizione economica, si contava a pezzi di biancheria, a tre, a sei,a otto ecc. e veniva presentato il giorno prima delle nozze,  a casa della ragazza (per l’occasione vestita a festa), tutto ben esposto sul letto,sulle sedie,sulla tavola per essere esaminato dal giovane e dai suoi familiari e nel contempo annotato da uno scrivano che registrava dando ad ogni pezzo un valore.Alla fine si raggiungeva la somma (es. 100 unzi) e lo scrivano declamava ad esempio “Cièntu unzi e lu zitu ci mètti  cinquanta unzi di bon amuri e di virginatiti pi la zita (corrispettivo del tutto simbolico). Dopo l’inventario e il consumo del cibo offerto dalla famiglia della fidanzata, tutto il corredo veniva portato, da alcuni parenti alla casa dove sarebbero andati  ad abitare gli sposi, durante una processione per dare  modo a l vicinato di costatare la qualità e la quantità della dote; in alcuni paesi veniva fatta su carri bardati a festa. Nella casa nuova veniva sistemata la mobilia costituita dal baùllu  o coscia (per conservare la biancheria), dalla buffètta (tavolo lungo per mangiare o altro), dal cantarànu (cassettone) a vari cassetti, dal lièttu di ferro con le alzate dipinte e in alcuni casi intarsiate di madreperla( sul quale va appeso un  rametto di ulivo  e una corona di S.Rosario benedetti), tàvuli di lièttu e trispiti (tavole di supporto per i materassi e trespoli), le due colonnètte (I comodini). E la notte prima delle nozze dormiva un parente per custodire il tutto.

Finalmente le nozze.   Di domenica o in coincidenza della festa principale o del santo patrono; né in maggio né in agosto perché spusa maialina( o austina) nun si godi a cuttunìna ( la cuttunina era la coperta pesante data in dote); né di venerdì o di martedì perché giorni funesti né di vèniri né di marti,cisi spusa o si parti o si runa iniziu all’arti. Si cominciava il corteo a casa della sposa, lo sposo davanti con amici e parenti maschi tutti vestiti a festa; dietro la sposa con la madre,sorelle e parenti e amiche; si partiva e si entrava in chiesa da una porta laterale per uscire già sposati dalla porta principale dove gli sposi ricevevano gli auguri da tutti,spesso con frumento,briciole di pane,sale, riso e altro a seconda della località , gettati su di loro come segno di fertilità. Si riformava un corteo che seguiva una strada diversa dall’andata e le donne stavano davanti agli uomini,solo vicino alla casa dei genitori della sposa, dove si offrirà il trattenimento,lo sposo si avvicina alla moglie e presentati davanti alla porta di casa ricevono dalle due madri una manciata di frumento sulla testa(simbolo di fertilità) e un cucchiaio di miele( simbolo di dolcezza). Il pranzo di nozze durava spesso fino alla sera comprendendo perfino la cena. Durante il trattenimento ricorreva la presenza di un invitato, che declamava poesie e invitava a brindisi;  e di suonatori  che suonando violini o zufoli o tamburelli invitavano alle danze aperte dagli sposi. La festa finiva quando il padre della sposa si alzava dicendo: Ora basta, è taddu, jàmmu ad accumpagnàri li ziti. Tutti uscivano, con le fiaccole,  in corteo ad accompagnare gli sposi e salutati con bona notti e fèlici nuttata li lasciavano finalmente soli. Solitudine che finiva l’indomani mattina quando i parenti andavano a trovarli ppi fari la ben livàta a li ziti, portando uova e marsala e soprattutto la suocera disfaceva il letto nuziale per constatare e far costatare i segni della verginità della sposa.

La fuitina  era invece un modo obbligato di arrivare al matrimonio voluto dai due giovani ma ostacolato dalle famiglie e consisteva nel fatto che i due giovani,preventivamente messisi d’accordo, fuggivano dalle loro case  e restavano,secondo regola tacita, tre giorni da soli per consumare il matrimonio e per mettere le famiglie di fronte al fatto compiuto, obbligandoli a dare il consenso alle nozze riparatrici e guai se il giovane si pentiva dopo perché si poteva considerare morto;la sposa veniva portata all’altare spesso con abiti neri per far vedere la vergogna e il matrimonio veniva celebrato nelle prime ore del giorno affinchè pochi potessero assistervi. Nel caso della fuitina il trattenimento,la festa e i balli non c’erano e tante volte le famiglie povere organizzavano apposta questa cosa per risparmiare sulle spese, il tutto sempre  preparato da una delle madri o zie o altri parenti che facevano  finta di non sapere nulla prima del fatto; la fuitina veniva accompagnata spesso da serenate fatte dal fidanzato alla futura sposa,serenate spesso piene di passione e amore che portavano al cuore della ragazza la dichiarazione dei propri sentimenti; queste serenate a volte erano commissionate ad amici o poeti ma altre volte scaturite dal cuore come quella che compose e cantò Giuseppe Monte alla sua Concetta Gullotta  e che diceva così:

Su questa pietra che io mi apporgo, c’è la luna che mi brillanta, c’è la mia amante che dorme e non mi sente, ma questa sera la faccio risvegliar.

O dormi dormi, mia cara amante, prima dormi e dopo riposi, ma quando noi saremo sposi, ce ne andremo su un letto di fior.

E’ passata una grande schiera, la mia cara Concetta alzava la bandiera, occhi due stelle, le labbra adermino, la bocca zuccarata, tu nata sei per me.

E quella foto che tu mi hai donato, io l’ho messa nel portafoglio, non puoi sapere il bene che io ti voglio, non c’è un amore più grande di te!

 

( Serenata gentilmente concessa dalla Signora Tania Monte)

 

Il trattenimento o mangiar di nozze, era diverso a seconda di matrimonio o di fuitina e a seconda delle condizioni economiche delle famiglie. In Sicilia era uso cominciare con  enormi vassoi di arancine di riso, maccarrùna di ziti al ragù, paste al forno e timballi (maccheroni o zitelle rigate così da insugarsi meglio con i condimenti) canniddùna, pasta ‘ncasciàta, pasticci; seguivano  le carni, polpettoni,  falsomagri,soprattutto capretti e agnelloni cotti interi al forno, polletti di primo canto e galline ripiene e conigli, la carne di maiale cucinata in ogni modo, dalle costolette alle costate ripiene, dal ragù alla gelatina , dalle polpette alle salsicce. Solo in famiglie di pescatori si trovava il pesce nel pranzo,in grosse taglie e cotto dentro la pasta di pane o dentro una crosta di sale. I contorni erano di carciofi arrostiti, insalate, caponate,zucche cucinate in agrodolce  e altre verdure. Si continuava gli spinnàgghi, cioè fave e ceci tostati,cotognata,mostarda,fichi secchi, ecc; seguivano i dolci del periodo, i cannoli (carnevale), gli ‘mpanatigghi (quaresima), la cassata (pasqua), pignoccata, pignulata, turrùna, cubbàita, mustazzòla, nucàtuli (Natale).

Durante il pranzo in alcuni posti gli sposi cominciavano a danzare e a turno gli invitati tagliavano un pezzo della cravatta al marito e davano dei soldi in cambio raccogliendo delle cifre cospicue. Il taglio della torta di nozze era un momento unico nel quale lo sposo aiutava la sposa nel gesto del taglio che rappresentava la perdita dell’illibatezza della sposa , a ciò seguiva l’applauso degli sposi. Si chiudeva la festa con la distribuzione dei confetti bianchi, posti su un vassoio, da parte degli sposi.