Un po’ di tutto per tutti    

Catania 2

Ciò equivaleva, in sostanza, a porre nelle mani d'un sovrano tedesco un regno normanno. Si ritrovò un nipote illegittimo del sovrano morto,Tancredi, nipote di Gugliemo  che fu eletto re da un'assemblea di nobili e prelati a Palermo e presto si recò a Catania ove diede ospitalità a re Riccardo Cuor di Leone, in procinto di partire per una crociata in Terrasanta e venuto in Sicilia per reclamare la dote della sorella, vedova dell'ultimo Guglielmo, e in quell’occasione venerò il sepolcro di sant'Agata, lasciando in dono la propria corona. Pare che il sovrano inglese, oltre a consegnare a Tancredi la famigerata spada di re Artù Excalibur, avesse dato in dono alla città che l'aveva ospitato per tre giorni la corona di Sant'Agata. Intanto però Enrico, incoronato imperatore a Roma nel 1191, aspirava,complice il Papa,a prender possesso dei domini normanni di Sicilia e Puglia. L’occasione fu la morte di Tancredi (1194) e la reggenza della vedova, vigile in attesa che il futuro Guglielmo III raggiungesse la maggiore età. Enrico IV giunse nell'Isola con sceltissime guarnigioni, fiducioso che le comunità cristiane lo eleggessero a paladino della vera fede contro gli invisi musulmani verso cui gli animi erano spesso pieni d'astio; iniziò la dominazione sveva. Vi furono molti disordini e devastazioni e perfino il vescovo Ruggero Oco fu trasferito in terra tedesca fino alla morte di Enrico VI nel 1197. Il suo ritorno diede animo ad altri disordini causati dal voler reggere in famiglia il vescovado.

Nel 1198, a distanza di appena un anno dal marito, morì anche Costanza d’Altavilla, dopo aver premurosamente nominato il pontefice Innocenzo III tutore del figlio e reggente dello Stato. Sino al 1208, anno in cui Federico assume rà il potere, la storia catanese è costellata, come s'è detto, da torbidi, sommosse contro l’autorità del reintegrato vescovo-conte; sanguinose vendette private fra le più eminenti famiglie patrizie, obbligarono il pontefice a indire frettolosa mente un'assemblea di conti e baroni imponendo loro il mantenimento della pace e dell'ordine pubblico in attesa che il vuoto di potere fosse rotto dall'avvento del legittimo sovrano. Per l'intanto, mentre nella città etnea la giurisdizione era affidata a capitani pontifici istituiti all'uopo, a Palermo il giovane Svevo si formava sotto le vigili cure di dottissimi istitutori come il cardinale Cencio Savelli, poi divenuto papa Onorio III, e Gualtiero da Palearia, poi vescovo di Catania nel 1207. Il nuovo vescovo, che di rado risiedeva nella sua diocesi, vi si recò stabilmente nel 1208 dedicandosi agli affari di corte e al riordino degli uffici della curia. Si crearono , nella diocesi, delle divergenze per conflitti di giurisdizione fra distretti limitrofi e, solo l'intervento di Federico, che nel 1209 venne a Catania con la prima moglie e vi tenne corte, riuscì a comporre. In riparazione dei danni sofferti la diocesi etnea ebbe dal sovrano il dominio di Cala tabiano.

Nel 1212 Federico fu costretto a partire per la Germania per fronteggiare la rivolta di Ottone di Brunswick ed il vescovo Gualtiero parte al suo seguito, anche se non è stato incluso tra i « familiari » del Sovrano. La sua presenza non giova a Federico che, anzi, la reputa scomoda, ma al Papa che così può controllare l'attività dell'Imperatore. Federico, però, volle trovare l'occasione per eliminarlo dalla corte e dalla sede vescovile e gli conferì lo strano incarico di comandare, insieme ad Enrico di Malta, la flotta siciliana alla conquista di Damietta. L'impresa si concluse con una sconfitta e Gualtiero non fece ritorno in patria perché, nel frattempo, il Sovrano lo condanna all'esilio senza una formale spiegazione o procedura, motivando la sua decisione con la prodigale amministrazione del prelato durante il suo governo episcopale . Gualtiero morì a Roma assillato da usurai e creditori, nella più squallida povertà. Durante l’assenza del sovrano, gli muore la moglie Costanza, la Sicilia subisce incursioni piratesche,  senza contare gli arbitri che andavano compiendo alcuni baroni e lo stesso pontefice ai danni del demanio reale.

Tornato dalla spedizione tedesca nel 1220, Federico inizia a reintegrare il patrimonio demaniale incamerando i fondi illecitamente distratti dai baroni, stabilisce norme che vincolavano la proprietà feudale a precise prestazioni di servizio militare, eluse le quali la stessa veniva requisita d’imperio, nomina giudici regi che capillarizzassero il controllo territoriale e assicurassero l'amministrazione centralistica della giustizia, comincia a circondarsi di ministri e funzionari regi di provata competenza e di sicura formazione. Frattanto, nel 1226, Federico rimette piede a Catania con la seconda moglie, Iolanda di Brienne, figlia di Giovanni  re di Gerusaleme e nel 1232, dopo l'immane lavoro del Liber Augustalis, fatto redigere dai suoi migliori giuristi fra i quali il celebre Pier delle Vigne, nell'intenzione di riordinare le direttive a cui si sarebbe ispirato il suo assolutismo, torna a Catania, in occasione della epidemia di peste scoppiata a Palermo, nel 1232, offrendo rifugio a Federico e alla sua terza moglie: Bianca Lancia. Durante questo soggiorno catanese, lo Svevo riceve gli inviati di papa Gregorio IX che chiedono frumento e viveri per la città di Roma, colpita da una grave carestia. Quello anno fu assai difficile per tutta la Sicilia. Abituata ad essere il centro dell'impero e del regno fino al tempo delle crociate, adesso si sente la grande esclusa nella lotta tra Federico, i Comuni ed il Papa. Ormai il centro d'interesse si è spostato in Germania e l'isola resterà solo strumento e fonte di finanziamento della guerra tedesca di Federico. Fu per questo motivo che i siciliani, costretti a pagare enormi contributi e continue imposizioni fiscali per dare prestigio e aiuto alla Germania, esasperati, insorgono compatti, decisi ed implacabili. La rivolta ebbe inizio a Messina e subito si diffuse in tutta la Sicilia, ma l'immediato ritorno di Federico ristabilì la calma. Egli promise di alleviare l'aggravio fiscale, ma fu spietato con i ribelli. Per quanto riguarda Catania, pare l'abbia fatta radere al suolo e che ne abbia permesso la ricostruzione a condizione che le nuove abitazioni fossero edificate con impasto di fango e con determina te misure; Federico convocò i migliori ingegneri edili e delle maestranze arabe per dotare la Sicilia di nuovi castelli o per riadattarne e render funzionali quelli già esistenti. Furono così costruiti i castelli di Augusta, Siracusa, Lentini, Milazzo, Mazara, Sciacca ed ovviamente quello di Catania (1239). Il poderoso Castello Ursino, , fortificazione a pianta quadrata, con mura di due metri di spessore, rinforzate da quattro torrioni cilindrici angolari, alti 30 metri,  fu finanziato in gran parte dal patriziato etneo, secondo disposizioni dello stesso Federico che inviò una missiva ufficiale a Catania il 24 novembre 1239, e la sua costruzione affidata al celebre architetto Riccardo da Lentini si completerà nel 1250. Nel 1239 Catania ottiene di adottare l'elefante come emblema della città, al posto di san Giorgio.

Il 1240 è l'ultimo anno del soggiorno di Federico in Sicilia. Egli vivrà ancora per dieci anni, ma lontano, senza rivedere i luoghi e la terra che predilesse e che, partendo, aveva affidato in reggenza al Maestro Giustiziere e all'Arcivescovo di Palermo. Con la morte di Federico si può considerare chiusa la dinastia sveva i cui ultimi rappresentanti furono: Corrado IV, figlio di Federico, nato da Jolanda di Brienne, Manfredi, nato da Bianca Lancia e Corradino, figlio di Corrado. Federico curò il progetto grandioso di portare il centro dell'impero nel cuore del Mediterraneo concretizzando l’intenzione dei sovrani di riunire tutto il territorio sotto un unico dominio. Con la dominazione normanna, che agiva in stretto connubio con il potere della chiesa, si era messo ordine tra consuetudini e tradizioni nella vita dell’isola ma le città siciliane non avevano raggiunto un loro potere sociale e politico. Con la dominazione sveva, le città siciliane realizzano la propria autonomia ed i Comuni si sviluppano senza essere eccessivamente infastiditi dall'ingerenza e dall'autorità del vescovo. Si consolida l'istituzione della carica dei delegati, detti « giurati », preposti dall'Imperatore alla vigilanza economica , mentre parecchie disposizioni riguardanti le leggi, i feudi, la Chiesa, il clero, vengono discusse e modificate. Per quanto riguarda la legislazione si fa strada il concetto che il sovrano « deve essere contemporaneamente figlio e padre della giustizia, ponendo le forme giuridiche ed osservandole»; si afferma anche il concetto della uguaglianza di tutti davanti alla legge . L'amministrazione della giustizia penale e la giurisdizione d'appello passa dai feudatari agli ufficiali del regno. Federico proibisce ogni ribellione, ogni guerra privata e la vendetta personale, l'uso e il possesso delle armi da parte del popolo, dei militari, dei baroni e dei conti; garantisce pace e protezione, è severo con i provocatori ed i violenti,con chi offende la religione, le donne e le vergini consacrate alla vita religiosa. Proibisce i giuochi d'azzardo, alle meretrici vieta la residenza in città e le relega in periferia. Limita l'autorità ed il potere dei Comuni, alla Chiesa, oltre il potere, toglie alcune facoltà come, ad esempio, l'acquisto delle terre o, in genere, dei possedimenti. Con queste e tante altre leggi, praticamente, in seno ad una struttura essenzialmente assolutistica dello Stato, viene affermato il principio democratico, sconosciuto fino ad allora, in quei paesi, per suo esplicito volere, viene dato alla città non solo il titolo di « urbs clarissìma », ma un sigillo, uno stemma e il Palazzo comunale da dove il « baiolo » (bajulus », magistrato dell'amministrazione municipale, in virtù delle sue attribuzioni amministrative, in qualità, cioè, di primo magistrato locale (il sindaco), insieme a tre giudici e a sei notai che formava no la sua corte, reggeva l'amministrazione cittadina e definiva le cause civili in prima istanza . Catania cominciò a vivere e ad agire in un clima di libertà popolare; ì catanesi, da persone libere fronteggiavano su un piano di parità i signori (laici ed ecclesiastici) per mettere in discussione e difendere gli interessi della propria classe e delle «universitates».

Nel 1250 regna Corrado IV L'11 agosto del 1258, Manfredi, principe di Taranto, figlio di Federico Il di Svevia, viene eletto re di Sicilia. Catania gli giura fedeltà e lo sostiene nelle lotte contro gli Angioini, ma in un combattimento contro questi, nel 1266, morì a Benevento. Anche Corrado moriva, lasciando come crede il giovanissimo Corradino, il quale, dopo due anni, tentò di riconquistare il regno. Ma fu una impresa difficile e quasi utopistica: mentre, sconfitto, fuggiva per arrendersi al nemico, venne arrestato e venduto a Carlo D'Angiò il quale, calpestando le leggi della cavalleria e dell'umanità, lo fece decapitare nella piazza del mercato di Napoli, nell'ottobre del 1268. Con questo ultimo atto si concludeva la storia della implacabile avversione della Chiesa contro gli Svevi, si esauriva la secolare lotta tra Impero e Papato e si apriva un'epoca nuova che nasceva all'insegna della laicità. La Chiesa, infatti, pur essendo uscita militarmente vittoriosa sull'Impero, deve constatare di essere stata sconfitta dall'eredità spirituale che il ,grande Federico aveva lasciato ai suoi sudditi: l'aspirazione alla libertà e alla crescita sociale. Per ì catanesi, che avevano giurato fedeltà a Manfredi e avevano sostenuto Corradino, esortati da Corrado Capocci, fratello del vescovo di Catania, Oddone Capocci cominciarono gli anni tristi e difficili della dominazione angioina.

Nel1266 regna Carlo d’Angiò.

Nel 1267 I catanesi si sollevano contro gli angioini sostenendo Corradino di Svevia. Sono sconfitti e  Corradino viene decapitato per ordine di Carlo d’Angiò. Nel 1282 Esplode la rivolta dei «Vespri Siciliani» contro i francesi: si concluderà con la pace di Caltabellotta e l'inizio del regno degli Aragonesi, sale al trono Pietro I.

Nel 1285 regna Giacomo.

Nel 1287 le forze catanesi, che appoggiano gli Aragonesi, sconfiggono le truppe angioine guidate da Rinaldo di Avella sulle rive del Simeto.

Nel 1296 il Parlamento siciliano, riunito nel Castello Ursino, innalza al trono di Sicilia Federico II d'Aragona.

Nel 1329 una spaventosa colata lavica raggiunge Catania e si ferma in prossimità delle mura davanti al velo di sant'Agata, portato, extremaratio, dal popolo in processione. La Regina Eleonora D'Angiò, vedova di Federico II D'Aragona,  in segno di ringraziamento per la salvezza della città, fa costruire  una grande chiesa successivamente dedicata a San Francesco all'Immacolata(collocata fra piazza S. Francesco e via Crociferi, all'inizio di una serie di chiese tutte armoniosamente distribuite in una fra le più belle vie di Catania. La storia della chiesa è strettamente legata alla figura della regina Eleonora d'Angiò, moglie di Federico II d'Aragona e sorella del minorita S. Ludovico da Tolosa. Dentro la chiesa sono infatti custodite le spoglie della regina che morì nel 1343. Dopo il terremoto del 1693 che rase al suolo l'intera città, questo monumento viene riedificato, secondo lo stile dell'arte barocca. La chiesa viene innalzata nel 1736 e ultimata nel 1777, è preceduta da un'ariosa scalinata in pietra lavica ed è attribuita a Francesco Battaglia. Essa custodisce all'interno preziose opere, tra qui l'organo dove all'età di sei anni Vincenzo Bellini eseguì la sua prima composizione: "Gallus cantavit". La copia manoscritta di un piccolo brano corrispondente a tale descrizione, come asserisce lo studioso Lippmann, è custodita nelle biblioteche riunite Civica e Ursino Recupero. L'anno di composizione è il 1807, tempo in cui don Innocenzo Fulci, allievo del padre di Vincenzo, chiese al fanciullo di musicargli un passo tratto dal Vangelo). Il giovane Bellini compose altri brani sacri per questa chiesa ).

Nel 1337 regna Pietro II.

Nel 1342 regna Ludovico.

Nel 1343 muore a Catania la Regina Eleonora d'Angiò.

Nel 1355 regna Federico III "Il Semplice".